• Home
  • Atti e Documenti
  • Lettere
  • [2017, 28 settembre] Sui Ritiri del Clero 2017-2018

[2017, 28 settembre] Sui Ritiri del Clero 2017-2018

Lettera ai Sacerdoti e Diaconi permanenti

 

Ritiro del Clero – 28 settembre 2017

“Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”(Mc 14,14)

------------------------------------------------

            I quattro ritiri per il clero in questo anno pastorale, il cui tema è quello della “Chiesa”, nel ricordo del 900° anniversario della Dedicazione della nostra Cattedrale, sono stati pensati dal Gruppo di lavoro del Consiglio Presbiterale a partire da una omelia tenuta il 26 maggio 2014 da Papa Francesco durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, nel Cenacolo di Gerusalemme. Una omelia che ha come contenuto il Cenacolo stesso e il suo significato per l’esperienza degli apostoli e della Chiesa nascente, così come per noi e per la Chiesa di tutti i tempi: “Qui, dove Gesù consumò l’Ultima Cena con gli Apostoli; dove risorto, apparve in mezzo a loro; dove lo Spirito Santo scese con potenza su Maria e i discepoli, qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita. Da qui è partita, con il Pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d’amore nel cuore”.

            Anche noi siamo dunque invitati a entrare nel Cenacolo e a sostare in meditazione e in contemplazione di quanto è avvenuto in questo luogo così caro alla nostra fede e che oggi è però privo di quel carattere di sacralità cristiana che è tipico dei luoghi di culto. Un luogo che non può non evocare in maniera prepotente il nostro essere Chiesa, oggi, in un mondo sempre meno accogliente nei confronti della proposta di vita che ci viene dal Vangelo.

            Per entrare nel Cenacolo di Gerusalemme, vogliamo farci accompagnare dalle parole degli evangelisti che ci ricordano come sia stato Gesù a indicare il luogo nel quale mangiare la Pasqua con i suoi discepoli. Sono i Sinottici che ci narrano come avvenne la scelta del luogo. Dice Matteo: “Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua? Ed egli rispose: Andate in città da un tale e ditegli: Il Maestro dice: il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli. I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua”(26,17-19).

            Se Matteo è molto scarno ed essenziale, Marco è più preciso e più ricco di particolari interessanti: “Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: Il Maestro dice: dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua”. (Mc 14,12-16). Luca, a sua volta ripete quasi parola per parola ciò che troviamo in Marco, aggiungendo il nome dei due discepoli inviati da Gesù per preparare la Pasqua: si tratta di Pietro e di Giovanni (Lc 22,8).

            Il particolare della “grande sala al piano superiore” è un indizio importante per identificarla con la “stanza al piano superiore” di cui parlano gli Atti degli Apostoli (1,12-13ss) dopo che i discepoli furono rientrati in città dopo l’Ascensione di Gesù al cielo: “Entrati in città, salirono nella stanza superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui”.

            I dati che ci provengono da questa ricognizione, anche se scarni, ci dicono che il luogo del Cenacolo non fu soltanto una struttura nella quale i discepoli di Gesù potevano ritrovarsi e magari rifugiarsi “a porte chiuse per timore dei Giudei” (Gv 20,19) dopo lo sconvolgimento degli avvenimenti pasquali, ma era diventato un luogo familiare nel quale si erano compiuti eventi che non solo non dovevano essere dimenticati, ma che era necessario annunciare a tutti, “fino ai confini della terra” (At 1,8) e “fino alla fine del mondo”(Mt . 28,20).

Il Cenacolo, in qualche modo, è il focolare della nuova famiglia dei discepoli di Gesù; è il luogo nel quale essi imparano a vivere nella “perseveranza” e nella “concordia”; è il luogo abituale nel quale ci si riunisce e che rammenta la successione di quei gesti importanti compiuti da Gesù che, uniti alle sue parole, diventeranno il tesoro prezioso da trasmettere a tutti, come testimonierà anche l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto: “Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me”(1Cor 11,23-24). E’ il luogo in cui Gesù aveva compiuto l’umile gesto della Lavanda dei piedi degli apostoli per dare loro l’esempio perché anche loro facessero come lui aveva fatto con loro (cfr Gv 13, 15), insegnando così che se Lui il Signore e il Maestro aveva lavato i loro piedi, anche loro dovevano lavare i piedi gli uni agli altri (cfr Gv 13,14). E’ ancora il luogo che stringe fisicamente in unità gli apostoli e l’intera comunità dei discepoli del Signore sui quali scende lo Spirito Santo nella Pentecoste; è infine il luogo dal quale gli apostoli, forti della grazia dello Spirito Santo, prendono le mosse per essere testimoni di Gesù e del suo Vangelo“a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”(At 1,8).

Se il Cenacolo evoca il luogo “caldo” della iniziale formazione della consapevolezza degli apostoli e dei discepoli di Gesù circa il loro essere comunità e famiglia dei figli di Dio e di fratelli in Cristo, cioè Chiesa, tuttavia esso non è l’unico luogo dell’esercizio della missione ricevuta da Gesù prima di salire al cielo. Il luogo della missione non è solo il Cenacolo, ma è il mondo: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”(Mt 28,18-20). Un mondo che oggi, per certi aspetti, mi pare sia entrato pure nel Cenacolo, mentre non sempre, noi, discepoli del Signore, siamo disponibili ad andare nel mondo per compiere la missione che ci è stata affidata di annunciare il Vangelo della salvezza.

All’inizio di Evangelii Gaudium, Papa Francesco ci ricorda che “Nella Parola di Dio, appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti. (…) Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria” che il Papa specifica come un “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”(EG 20). Il Papa, di fatto, ci invita a fare un esame di coscienza personale e comunitario. Un esame che sicuramente è scomodo, almeno per me, e che ci inquieta non poco, anche perché, se da una parte ci rendiamo conto in maniera chiarissima delle necessità che stanno crescendo intorno a noi, dall’altra, spesso, non riusciamo a individuare quali possano essere gli strumenti e i modi per coinvolgerci e coinvolgere la nostra gente in questa “uscita missionaria”.

Proprio meditando sull’immagine del Cenacolo, possiamo provare a cogliere alcuni elementi che possano aiutarci a compiere quella “conversione” missionaria alla quale il Papa ci invita.

E’ Gesù che invia Pietro e Giovanni in città perché preparino la Pasqua. La missione, l’andare, non è una impresa che nasce dalla nostra volontà di fare qualcosa di particolare: è un compito che ci è stato affidato. Se infatti fosse solo la realizzazione di un nostro progetto, esso, necessariamente, pur bello e grande che fosse, avrebbe sempre e soltanto dimensioni assai limitate: quelle della nostra capacità o della nostra presunzione. Nel nostro caso il progetto non è nostro, ma del Signore. Noi non siamo i progettisti, ma soltanto gli operai più o meno qualificati, tenendo conto che la direzione dei lavori non è nostra, ma dello Spirito Santo che ci assicura che il progetto può giungere al suo compimento proprio per la forza che viene dall’Alto. Ricordarci che noi siamo solo degli inviati, dei mandati, e che è Gesù che ci ripete: “Andate!” ci mette al riparo dall’ansia di non ritenerci sufficientemente preparati per il compito che ci è stato affidato e ci incoraggia rispetto alla consapevolezza che le nostre forze sono limitate e non di rado affievolite.

E’ interessante che Gesù incarichi per questo compito – preparare la Pasqua – due discepoli: Pietro e Giovanni. Gesù non invia mai nessuno da solo. I settantadue discepoli li invia “due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10,1), così come il mandato agli apostoli è un mandato collegiale: “Convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demoni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi”(Lc 9,1-2). Se la chiamata di Dio è sempre un fatto estremamente personale – alla vita, alla fede, ad una missione particolare – essa non è mai solo un fatto individuale perché si colloca sempre in un contesto comunitario di cui non dobbiamo mai dimenticarci. Si tratta di una consapevolezza che sicuramente abbiamo tutti, ma che non sempre si cala poi nella pratica di ogni giorno: quante volte infatti decidiamo e facciamo le cose solo in prima persona, anche quando sono scelte e decisioni che debbono essere condivise con gli altri! Quante volte la nostra vita interiore si inaridisce e diventa desertica perché stentiamo a confrontarci seriamente con una guida spirituale! Quante volte, pur parlando di comunione, di fatto non coltiviamo le relazioni di amicizia tra confratelli o ci lasciamo andare alla mormorazione, magari diffondendo notizie delicate che riguardano altri preti con superficialità incredibile, alimentando il chiacchiericcio che allontana gli uni dagli altri e che costruisce muri qualche volta difficilmente superabili? Quante volte agiamo in solitudine quando invece sarebbe indispensabile attivare quella corresponsabilità pastorale che aiuterebbe la nostra gente a sentirsi parte integrante di una Chiesa che sia davvero popolo di Dio? Nessuno di noi può realizzare in solitudine il progetto del Signore, perché, lo sappiamo bene, la comunione è l’elemento che contraddistingue sempre e necessariamente la vita della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo. La stessa difficoltà che sperimentiamo a lavorare insieme, condividendo le scelte pastorali che andiamo facendo a livello diocesano o vicariale, è indice di un individualismo più o meno larvato che tutti respiriamo, che sicuramente è anche frutto della cultura nella quale siamo immersi, ma che rischia di frantumarci nelle nostre relazioni, rendendo più difficile la crescita della comunione ecclesiale.

Gesù dice a Pietro e a Giovanni di seguire l’uomo che sarebbe venuto loro incontro portando una brocca d’acqua. Anche Pietro e Giovanni, per arrivare al luogo previsto da Gesù per la celebrazione della Pasqua, hanno bisogno della mediazione “dell’uomo con la brocca d’acqua”. Scrivendo a Timoteo l’apostolo Paolo dice che “Uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,5-6). Anche oggi, c’è bisogno che la mediazione svolta da Cristo nella sua umanità, possa esprimersi in segni concreti capaci di fare scorgere il cammino da seguire per giungere alla meta della salvezza. Se Gesù, nella sua umanità è “immagine del Dio invisibile”(Col 1,15), e in questa umanità il Verbo eterno si è fatto carne, Uomo tra gli uomini, c’è bisogno che anche noi sappiamo utilizzare ogni possibile mediazione per entrare in contatto con gli uomini del nostro tempo e per relazionarci soprattutto con chi più ha bisogno di trovare una mano amica che li aiuti: qualcuno che abbia a disposizione una “brocca d’acqua” con la quale lenire la sete che spesso rende riarso il cuore e arida la vita. Quante mediazioni sono necessarie anche a noi nell’esercizio del ministero! A volte le cerchiamo dove non sono e non le riconosciamo dove invece sono già a nostra disposizione!

Per riconoscere queste possibilità di mediazione, c’è bisogno di saper leggere con “acribia” i segni del nostro tempo. Qualche volta questi segni ci spaventano perché non riusciamo ad interpretarli. Per questo c’è bisogno di imparare a leggerli, facendoci aiutare da chi è più esperto di noi nella conoscenza delle tendenze culturali che tanto condizionano la vita odierna, rifuggendo dalla tentazione di rinchiuderci nei nostri piccoli recinti, nei quali ci illudiamo di poter rimanere al sicuro. E una lettura attenta di questi segni ci porta a scoprire che insieme a elementi negativi ci sono tante potenzialità positive che potremmo utilmente sviluppare.

Solo per fare un esempio: ci lamentiamo, giustamente, della crescita smodata dell’individualismo che crea isolamento e solitudine. Paradossalmente, la situazione che si è creata, esprime in maniera spesso inconsapevole il bisogno della relazione e di una rinnovata comunione, nello stesso modo in cui la “desertificazione spirituale” di cui parla il Papa nella Evangelii Gaudium al n°86 sta provocando la riscoperta della “gioia di credere e la sua importanza vitale (…) Nel deserto si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso manifestati in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita”. Nella lettura che andiamo facendo del nostro contesto di vita ci fermiamo solo alle cose negative o sappiamo anche scorgere le tracce di qualcosa di nuovo e di positivo su cui fare leva per una proposta bella e alta alla nostra gente? Siamo capaci di non fermarci alle prime impressioni o agli aspetti più esteriori che si scontrano con la nostra sensibilità e di cercare più in profondità per scoprire e valorizzare tutto quel bene che Dio ha già seminato nel cuore delle persone?

Continuando nella riflessione sul testo di Marco ci vengono riportate altre parole di Gesù a proposito della stanza nella quale Pietro e Giovanni dovevano preparare la Pasqua: “Il padrone di casa (…) vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi”. Pietro e Giovanni dovranno preparare la cena pasquale, ma la grande sala è “già arredata e pronta”.

Assai spesso rimaniamo bloccati nella crescita interiore e nell’azione pastorale proprio dal fatto che pensiamo di dover, ogni volta, ricominciare tutto da capo. A volte si tratta della presunzione che quello che facciamo noi è sicuramente meglio di quello che altri hanno fatto prima di noi; qualche altra volta è il frutto di una pigrizia spirituale e intellettuale che ci impedisce di cogliere la positività di ciò che ci viene consegnato, ma che facciamo fatica a leggere e ad interpretare in maniera corretta. Altre volte si tratta di adattamento all’andazzo culturale odierno per cui tutto deve cambiare se si vuole stare al passo dei tempi. In ogni caso finiamo per non accorgerci che la “grande sala è arredata e già pronta” e che c’è solo da preparare la Pasqua. Detto in altro modo: a volte ci fermiamo ai particolari e alle forme esterne, perdendo di vista i contenuti più veri e profondi, che sono poi ciò che abbiamo la missione di curare. Se lavorare sul cambiamento delle forme esterne, costa impegno, fatica e soldi, il lavorare sul cambiamento interiore e sulla assimilazione dei contenuti costa molto di più in fatica, in dono di sé, in generosità e soprattutto in perseverante e fiduciosa attesa.

L’immagine della sala arredata e già pronta ci suggerisce anche un’altra riflessione a cui ci richiama il Papa in Evangelii Gaudium e cioè l’attenzione amorosa verso tutto ciò che la vita di fede delle generazioni che ci hanno preceduto ci ha consegnato. Si tratta di quel patrimonio che attinge alla devozione e alla religiosità popolare. Senza voler assolutamente guardare indietro con nostalgia verso ciò che non esiste più, c’è però da recepire una lezione importante che forse nel passato, come Chiesa, non abbiamo tenuto presente in maniera adeguata. Infatti, forse non siamo stati capaci di custodire con rispetto e di riproporre devozioni e religiosità popolare con contenuti rinnovati e approfonditi come il Concilio chiedeva.

Quante “tradizioni” sono state superficialmente bollate di inconsistenza e sono state abbandonate! Quante forme di religiosità popolare si sono progressivamente svuotate di contenuti per la nostra indolenza o accidia pastorale! Qualche volta, anche senza volerlo, si è prodotta una intellettualizzazione della vita cristiana incapace di parlare alla persona nella sua completezza, perché fredda e senza cuore, e poi ci si è lamentati se la gente si è rivolta a forme diverse e ancora più banali di devozione, solo perché ogni devozione è stata considerata come una specie di superstizione da demolire senza offrire poi niente altro che riscaldasse il cuore e rispondesse in maniera alta e bella al bisogno espresso dalla nostra componente sensibile. Non dimentichiamo mai che Gesù, donandoci i sacramenti, ha tenuto conto in maniera mirabile di tutti gli elementi che compongono in unità la persona umana: intelligenza, cuore, emozioni, sensibilità, fisicità, spirito, volontà, anima. In questa direzione possiamo comprendere l’insistenza di Papa Francesco sulla religiosità popolare che forse potrebbe sembrare fuori luogo o fuori tempo.

“Preparare la Pasqua” è il contenuto fondamentale della nostra missione di preti: non si tratta soltanto di organizzare liturgie coinvolgenti e bene celebrate sul piano rituale e nemmeno far sì che chi partecipa sperimenti la gioia della preghiera comunitaria e riesca ad assaporare la bellezza dei segni che poniamo liturgicamente; bensì si tratta di aiutare le persone ad entrare nel Mistero di Cristo che continua a donarsi al Padre per noi e per la nostra salvezza, lasciandoci coinvolgere e penetrare interiormente dalla forza dello Spirito perché tutta la nostra vita diventi in Cristo “sacrificio gradito a Dio”. In fondo, il Cenacolo è il luogo in cui tutto questo ha il suo spazio necessario e insostituibile; infatti senza una Eucaristia “vissuta dal di dentro” anche le forme più belle e significative della vita cristiana rischiano di svuotarsi e di rimanere solo dei riti che non riescono più a coinvolgere la vita. In altre parole, senza il Cenacolo, cioè senza l’Eucaristia, la vita cristiana e ancora di più la vita di un prete rischia di decentrarsi da Cristo e di smarrire quel riferimento fondante che è l’azione soprannaturale dello Spirito Santo, senza il quale le stesse azioni sacramentali diventerebbero prive di efficacia, l’annuncio della Parola diventerebbe propaganda, l’azione pastorale si disperderebbe nei mille rivoli di un efficientismo senza efficacia soprannaturale e anche l’esercizio della carità si stempererebbe in assistenza sociale.

Non fa meraviglia che gli Atti degli Apostoli ci dicano che dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, gli apostoli “entrati in città, salirono nella stanza superiore, dove erano soliti riunirsi” (1,12). Sottolineo il fatto che gli apostoli e i discepoli con Maria e le donne erano “soliti riunirsi nella stanza superiore”. La sala superiore era diventata luogo di appuntamento per la comunità dei discepoli di Gesù, la casa di famiglia di questa nuova famiglia che si stava formando. Una “casa” che diventa anche luogo della memoria, del ricordo, e insieme, della presenza misteriosa, ma reale di Gesù. Luogo familiare nel quale si ha poi quell’effusione dello Spirito che mette le ali ai piedi degli apostoli e dà parole nuove alla loro voce che non si esprime più solo nel dialogo intimo all’interno di un gruppo di amici, bensì diventa annuncio forte e coraggioso prima nelle vie e sulle piazze di Gerusalemme e poi del mondo.

L’attaccamento al Cenacolo in qualche modo denota il desiderio di non abbandonare l’intimità con Gesù che in maniera del tutto inedita si era andata realizzando tra gli apostoli e il Signore. Se pure c’era un sentimento di forte attrazione verso Gesù in un luogo che era diventato come una culla in cui la neonata comunità cristiana stava crescendo, questo luogo apparirà chiaramente “stretto” per una comunità chiamata ad andare fino agli estremi confini della terra. Se il Cenacolo è la culla, il mondo è lo spazio in cui chi cresce e non è più infante, deve vivere ordinariamente, senza per questo distaccarsi da Gesù. A questo proposito è significativo ciò che il Papa scrive in Evangelii Gaudium (23) : “L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante, e la comunione si configura essenzialmente come comunione missionaria. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno”. Per questo, continua il Papa, “La chiesa in uscita è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano”(EG 24).

Si tratta di quattro verbi che delineano lo stile di Gesù e che il Papa indica come stile per la Chiesa del nostro tempo. Ad immagine di Gesù “la Chiesa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi (…) Osiamo un po’ di più prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa coinvolgersi (…) accorcia le distanze, si abbassa fino alla umiliazione se è necessario (lavanda dei piedi) e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. (…) Quindi si dispone ad accompagnare. (…) conosce lunghe attese e la sopportazione apostolica. (…) Fedele al dono del Signore sa anche fruttificare (…) Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania (…) Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine la comunità evangelizzatrice sa festeggiare. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nella evangelizzazione” (EG 24).

Il luogo nel quale la Chiesa festeggia è la liturgia; dunque si tratta sempre di un ritorno costante nel Cenacolo dal quale è partita per l’annuncio sulle strade del mondo.

Nella preghiera davanti all’Eucaristia chiediamoci che cosa rappresenta per ciascuno di noi il Cenacolo e soprattutto quale è per me il rapporto vitale tra Cenacolo e mondo nel quale sono inviato. Tra Cenacolo e mondo non c’è alternativa, ma necessaria relazione: il mondo non può rimanere estraneo al Cenacolo e il Cenacolo non può estraniarsi dal mondo. E’ in questo rapporto dialettico di differenza, ma non di estraneità; di relazione capace di discernere, ma che non diventa contrapposizione a priori; di ascolto che trova le lunghezze d’onda necessarie perché l’annuncio arrivi al cuore e alla vita delle persone; è in questo rapporto non scontato ed insieme sempre nuovo che ci viene offerta la chiave per spalancare le porte del cenacolo per quell’uscita che è la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa e in particolare ai ministri del Vangelo. Non spaventiamoci per le difficoltà che incontriamo: il Signore è con noi ed ha promesso di rimanere con noi fino alla fine dei tempi. Lasciamoci guidare interiormente dallo Spirito Santo, chiedendogli luce e forza per rispondere con entusiasmo e gioia alla missione meravigliosa che ci è stata affidata!

+ G. Paolo Benotto


 

Download del testo completo in formato pdf

Tags: Arcivescovo, Lettere, Clero, Ritiro del Clero

   

Arcidiocesi di Pisa

 Piazza dell'Arcivescovado, 18 . 56126 PISA
 050.565522   050.565520 
 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Questo sito utilizza cookies, anche di terze parti.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento, acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy.