Unità Pastorali fondate su comunione e ministerialità
S.E. Mons. Giovanni Paolo Benotto, Arcivescovo di Pisa, presentando all'assemblea del clero diocesano il documento sulle unità pastorali rilancia il tema della ministerialità laicale come elemento determinante per il loro sviluppo in senso cristologico ed ecclesiale.
PISA, Seminario Arcivescovile
S.E. Mons. Giovanni Paolo Benotto afferma: "Perché nelle Unità Pastorali cresca la comunione e l'esercizio attento e coraggioso dell compito missionario, non possiamo fare a meno di parlare di ministerialità laicale, cioè di tutti quei doni e carismi elargiti dal Signore alla sua Chiesa ed affidati ai singoli credenti, perché nelle reciproche ricchezze e povertà creino relazioni ecclesiali che pongano come riferimento fondamentale il Cristo, sintesi e pienezza di ogni ministero. Infatti, l’ambito dei ministeri laicali è uno di quelli che più chiaramente di altri mostra questo intreccio tra teoria e prassi che costituisce la chiesa reale; non a caso in questi ultimi anni: da un lato le necessità pastorali e dall'altro la lunga riflessione teologica e pastorale del Vaticano II hanno visto affermarsi e crescere progressivamente il numero e la diversità dei ministeri. Tuttavia - afferma l'Arcivescovo -, essi devono crescere in maniera armonica all'interno di un progetto pastorale, attraverso la collaborazio di laici, presbiteri e diaconi, e la corresponsabilità di tutti a rispondare efficacemente alla propria vocazione specifica.
Cosa comporta questo passaggio a livello di costruzione della comunità?
Il procedimento di sostituzione del ruolo presbiterale e della consegna di alcune funzioni ai laici incide certamente nelle rappresentazioni che i credenti si fanno, oltre che modificare la relazionalità tra i vari elementi. Non è affatto indifferente per l’idea di chiesa che si matura e si mette in atto che la comunità sia condotta da una guida inviata dall’alto, che esprime l’attenzione provvidente dell’istituzione, piuttosto che da un ministero eletto dal basso, segno di vicinanza, ma anche tentazione di autosufficienza e di chiusura. Allo stesso modo non è irrilevante che egli sia consacrato o meno, uomo o donna, sposato o celibe, retribuito o volontario, disponibile a tempo pieno o parzialmente impegnato, persona singola o equipe. Ciascuna opzione chiede un adeguamento dei rapporti, una ridistribuzione delle mansioni, ma soprattutto esprime una diversa immagine di chiesa e alla lunga costruisce una corrispondente rappresentazione, di cui bisogna tener conto per non cadere nel laicismo o/e nel clericalismo.
La vera sfida della ministerialità sta, dunque, nello scardinare la preoccupazione di perdere l'acquisito, e sta nel rispondere alle sempre nuove esigenze dell'umanità con strumenti adeguati. Sfida che la ministerialità può vincere perché la sua forza sta in una pluralità armonizzata dallo Spirito Santo e che ha la sua radice nella comunione in Cristo servo di Dio e dell'umanità.