Ricordando Padre Andrè Louf, un Msacchino
Il 12 luglio, nel monastero di Mont-des-Cats in Francia moriva padre André Louf, monaco trappista e ricercato autore spirituale, la cui vocazione nasce dentro le fila del MSAC del Belgio.
PISA, 4 agosto
Chi era André Louf? «Uomo senza confini e tenace ricercatore della Bellezza e dei suoi riverberi nella realtà, ci hanno sempre colpito in lui una straordinaria capacità di ascolto - nella cui qualità terapeutica credeva fermamente -, la potente forza di intercessione e la fedeltà alla preghiera di ogni giorno, il suo incessante ministero di consolazione, il discernimento penetrante sempre pronto a stendere il mantello del perdono sul male, il primato assoluto della misericordia e della condiscendenza nei rapporti fraterni e verso i fatti della vita.» ricorda la Comunità di Bose che con la sua editrice Qiqajon ha pubblicato i testi italiani di Padre Louf «Infatti, egli ha sempre messo in guardia dallo sconfinare nell'amarezza, ammetteva la possibilità di momenti di tristezza che vanno ospitati con magnanimità e sorriso, e tuttavia, progressivamente di più, si affermava in lui la ricerca sempre più acuta della Luce, che egli trovava nei piccoli fatti quotidiani e nelle persone che incontrava, quali tracce della Luce increata, della Luce divina di cui ora è finalmente avvolto».
Se la ricchezza della sua spiritualità si è sviluppata nelle esperienze della vita monastica, è lo stesso André a ricordare che la sua vocazione nasce tra le fila del Movimento Studenti Belga: «E tuttavia hanno avuto un’importanza capitale, del resto quasi quanto la mia famiglia. Infatti, mi sono impegnato con tutte le forze, e fin da giovanissimo, nei movimento giovanili e in particolare nella Katholieke Studenten Aktie (KSA). Impegno che fu per me l’occasione per una reale crescita umane e spirituale. Anzitutto, invitato molto presto ad assumere delle responsabilità, ho dovuto imparare a svolgere la mia funzione nei confronti di adolescenti appena più giovani di me. Simili esperienze mi hanno aiutato a scoprire delle capacità che fino a quel momento ignoravo (facilità di parola, spigliatezza nelle relazioni) e ad acquisire un minimo di fiducia in me stesso (senza troppo cedere alla vanità, però).» Ultimo aggiornamento (Giovedì 05 Agosto 2010 21:06)
Io che ai prof dicevo che non ero d’accordo…
Mons. Antonio Cecconi, Vicario Generale dell'Arcidiocesi di Pisa, racconta la sua esperienza di Azione Cattolica nelle fila del Movimento Studenti degli anni '60.
PISA, 19 Maggio - Mons. Antonio Cecconi
Erano i tempi della V Ginnasio al “Galilei” di Pisa, sezione B, insegnante di lettere – Dio l’abbia in gloria! – che quasi riempiva la vita degli alunni di greco latino italiano ecc. ecc. Non dico turbasse i nostri sonni, ma poco ci mancava. Andavo con regolarità in parrocchia, con un parroco zelante, le suore e tutto quello che poteva esserci in un piccolo paese di campagna, con una visione di chiesa che non si allargava molto oltre l’ombra del campanile. Il Movimento Studenti, prima al Ginnasio e poi al Liceo, fu per me un’occasione di riflettere sulla fede, di impegnarmi e di allargare le vedute, un modo più ampio e nuovo di considerare la chiesa e la vita di fede, di conoscere persone nuove, interessanti, più grandi di me e impegnate nel Movimento e non solo: Tutto questo aiutava a crescere… anche grazie all’incontro e alla frequentazione del prete con cui poi avrei maturato la mia vocazione. Era anche un modo di esporsi, ricordo che una mattina facevo il volantinaggio all’ingresso della scuola per un’iniziativa del Movimento e subito dopo, appena entrato in classe, la prof –avevo dato anche a lei il volantino – mi interrogò a greco. Quasi una sfida, un tentativo di punizione che però, se fosse andato bene, sarebbe stato un punto a mio favore, mostrare che studiare era compatibile con una cosa “altra” dalla scuola; e me la cavai. L’anno dopo, al Liceo, un professore che faceva professione di agnosticismo ci disse che la parola latina religio si poteva anche tradurre superstizione. Non riuscii a trattenermi dall’alzare la mano e dire che non ero d’accordo, io andavo in chiesa ma non ero e non mi sentivo superstizioso, chiedevo rispetto per le mie convinzioni. Ricordo la prima volta che partecipai a un convegno nazionale alla Domus Pacis, mi pare fosse il ’67. Partimmo da Pisa col treno io e Claudio Masini, amico di una vita anche nel ministero sacerdotale; al di là del contenuto delle relazioni che ascoltavamo prendendo diligentemente appunti, fu un’esperienza entusiasmante stare insieme con tanti giovani, sia per i lavori del convegno che per una serata in piazza Navona dove facemmo un grande girotondo. Anche questo serviva a crescere, a legarsi alle persone e a un progetto di chiesa. Da uno dei convegni a cui partecipai, tornai a casa con un librone alto così: conteneva tutti i documenti del Vaticano II editi dall’AVE. Magari non ce ne accorgevamo, ma eravamo davvero parte di una chiesa in cammino. A un certo punto, durante il Liceo, mi fu chiesto di occuparmi, sempre nell’ambito dell’AC diocesana, del movimento Aspiranti (che stava per diventare l’ACR). Però grazie ai quotidiani contatti scolastici continuavo a tenere i contatti e a fare qual che potevo anche col Mov. Studenti. Erano gli anni della contestazione, della richiesta di libertà di assemblea nelle scuole. L’università di Pisa era all’avanguardia e il fervore si propagava sugli studenti delle medie superiori. Nei momenti caldi del ‘68/69, alcuni di noi tentarono di essere la “componente cattolica” di un moto che poi diventò scomposto e anche assai peggio. Nonostante molte tristi derive, io conservo vivo il ricordo, condiviso con molti compagni di scuola e amici di passioni civili, di un anelito di giustizia, pace e solidarietà. Non a senso unico, tant’è che riuscimmo a organizzare una bella manifestazione di solidarietà con la Cecoslovacchia invasa da carri armati sovietici. A tanti anni di distanza, la memoria di quei giorni non è solo nostalgia, ma anche umile convinzione che le nostre vite sono state guidate e protette per continuare a crescere nella fedeltà al Vangelo e alla storia, attraverso la testimonianza e il servizio concreto alle persone, dentro e fuori i confini della chiesa visibile.
A Pisa c’è Campo!
Sintonizzati sulle frequenze della Santità con la fantastica "Radio San Ranieri", i ragazzi dell'ACR diocesano rileggono la propria vocazione cristiana confrontandosi con l'esperienza di conversione del Nostro Patrono
5-11 Luglio 2010, Pian degli Ontani
Dal 5 all’11 luglio, a Pian degli Ontani, 60 ragazzi (5° elementare – 3° media) e 20 animatori dell’ACR diocesano, provenienti da ben 18 parrocchie, hanno sintonizzato mente e cuore sulle frequenze della santità, conoscendo il nostro patrono San Ranieri e lasciando che la storia della sua conversione illuminasse la loro vita, mettendo in luce punti di forza e limiti per crescere nella vita cristiana al servizio di Dio e dei fratelli. Riflessione, laboratori, preghiera, giochi e divertimento ambientati a Pisa nella cornice di una radio pisana: Radio San Ranieri per fare sintesi tra la tematica nazionale della comunicazione e dei mass-media e i programmi pastorali diocesani.
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I cristiani e l’impegno politico
Facciamo eco dell'ultimo documento prodotto dalla FUCI Pisana a conclusioni dei molti percorsi di formazione e dibattito promossi da questo settore dell'Azione Cattolica Diocesana
“Seguendo il pensiero di Lazzati - soprattutto negli anni in cui cominciava più direttamente a pensare alla Città dell’uomo - si dovrebbe dire che i battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè non mirare ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza ed adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico.
Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra - in tanto baccanale dell’esteriore - l’assoluto primato dell’interiorità, dell’uomo interiore. (…) Dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico di formare le coscienze dei cristiani (almeno quelli di loro che vorrebbero essere consapevoli e coerenti) per edificare in loro un uomo interiore compiuto anche quanto all’etica pubblica, nelle dimensioni della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia.
Ma san Paolo chi insegna anche che all’uomo interiore si oppone un’altra legge o forza antitetica che è nelle radici della nostra corporeità intaccata dal peccato. E la consapevolezza di questo dovrebbe anzitutti portarci tutti all’umiltà: a edificare i nostri sforzi individuali e collettivi sul presupposto della nostra miserabile fragilità, che fa dire all’Apostolo: “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,24)
Umiltà, dunque: individuale e collettiva di noi tutti cristiani. Mentre è tanto facile che, come collettività, procediamo con falsa sicurezza, con infelice parresia, se non con arroganza che, proprio ripensando a tutti questi decenni, non dovremmo avere, ma dovremmo piuttosto sentire come ragione di confusione e di vergogna.
L’uomo interiore, tuttavia, può essere salvato, anzi, come dice san Paolo, rinnovarsi di giorno in giorno se è potentemente rafforzato dallo Spirito di Dio. Allora l’uomo interiore può essere elevato a uomo nuovo, veramente essere in Cristo una nuova creazione (2 Cor 5,17). (…) Ma appunto tutto ciò deve essere di ora in ora implorato da Dio, credendo e confidando nella sua Paternità misericordiosa (…).
Ma per questo ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia. Purtroppo siamo invece più spesso abiutati al contrario, cioè ad immergerci continuamente e totalmente nella storia, anzi nella cronaca: la nostra miopia ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani (sempre egoistico), non oltre, in una reale dilatazione dello spirito al di là dell’io.
C’è un altro aspetto ed una conseguenza particolare di questa auspicabile sanazione della nostra vista - sanazione, dico, operata dal richiamo escatologico - che mi pare, concludendo, di dovere fra le altre particolarmente segnalare: il ricordare sempre che la Chiesa non è ancora il regno di Dio ma ne è, se mai, il germe e l’inizio (Lumen Gentium, n.5). E va aggiunto che delle sue due funzioni: l’evangelizzazione (cioè l’annunzio del Cristo morto, risorto, glorificato) e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto. Il che porta a concludere che tutte queste realtà temporali che dovrebbero essere ordinate cristianamente (compresa la politica) possono essere finemente e saggiamente relativizzate, secondo le diverse opportunità concrete: e comunque sempre rispettate nella loro autonomia e perseguite da laici competenti e consapevoli che, come diceva Lazzati, “vivono gomito a gomito, per così dire, degli uomini del loro tempo e di varia estrazione culturale (…) attraverso il confronto e il dialogo, naturalmente senza perdita della propria identità, sempre nel rispetto della natura di tali realtà e della loro legittima autonomia, con sincero sforzo di comprendere l’altro”. E’ questa la via verso la Città dell’uomo, nella prospettiva sempre intensamente mirata della Città celeste, della nuova Gerusalemme. ” Estratto dal discorso “Sentinella, quanto resta della notte?” di G. Dossetti, 1994 (in “La parola ed il silenzio”, Ed. Paoline 2005).
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